Mannaggia. Mannaggia e ancora mannaggia! “Con chi ce l’avrà questa volta?” Ti chiederai. Ce l’ho con chi è sempre lì a lamentarsi di ciò che non è o di ciò che non ha. Con chi ne ha per tutti fuorché per se stesso. Ieri sera ho sentito il bisogno di saltar su; volutamente ho tolto il piede dal freno, ho spiegato le ali, ho mollato le briglie.

In un convegno cui ho preso parte mi sono ritrovato con il settore depressi; per la verità hanno sorriso di più quando li ho definiti la curva desperados; dubito che sia il caso ad averli fatti ritrovare lì, in quella zona della sala! Cosa sconvolgente, ti assicuro che nessuno, nessuno di loro aveva davvero un buon motivo per lamentarsi. Eppure figuriamoci, giù a “piangere”!
E così ecco un “lele moment”. Ad un certo punto mi sono avvicinato al mio notebook… mi sono sconnesso dal videoproiettore, ho ridotto ad icona le slide che stavo proiettando. Sono andato in Archivio Risorse a cercare uno spezzone del film “l’attimo fuggente”, quello in cui il professore (Robin Williams) sale sulla cattedra, e poi invita i suoi studenti a fare altrettanto.
Sabato pomeriggio mi sono preso una pausa per guardarmi la penultima tappa del Giro d’Italia di ciclismo, una tappa decisiva, molto dura. Faceva impressione vedere quanta neve ci fosse sul Gavia, 2600 metri di altitudine… anche se ovviamente l’impressione più grande la facevano loro, i protagonisti.

Il giorno prima, nella tappa del mitico Mortirolo, Ivan Basso dopo 4 anni ha di nuovo indossato la maglia rosa. Dopo 4 anni e una brutta storia di doping. Dal 28 agosto 2006 al 28 agosto 2010, quanto meno curioso. Il doping ha massacrato questo sport come pochi altri. Icona di questo enorme problema è stata certamente la scomparsa del grande Marco Pantani.
Al solito c’è chi sceglie di fare di tutta l’erba un fascio, parlando del ciclismo come di uno sport marcio, punto. E al solito scelgo di dissociarmi da queste generalizzazioni. Nel ciclismo come in tanti altri sport e tante altre situazioni c’è il buono e il cattivo, il bello e il brutto.
Servono leader capaci di inquadrare bene cosa significhi esercitare la leadership. Essere leader significa dare l’esempio. Essere leader significa aiutare i collaboratori a crescere ed avere successo. Essere leader… ne parliamo nel prossimo post. Ed eccolo qui, il prossimo post!

Lo sa il cielo (e soprattutto lo so io!) quanto tempo io abbia dedicato alla leadership. Quanti corsi ho frequentato, quanti libri ho letto, e quanti leader ho studiato… bene inteso niente di noioso, anzi. Del resto non potevo fare diversamente; ho fatto del mio meglio per essere sempre di più considerato un esperto di talento, come oggi comincia ad accadere, perciò era una tappa inevitabile, perché leadership e talento viaggiano a braccetto. Pensaci un attimo, quante volte una persona è riuscita a liberare il proprio talento perché qualcuno ha creduto in lei? E comunque quante volte una persona può far fatica a liberare il proprio talento se non impara a diventare leader di se stessa?
Ok, evviva la leadership… ma cos’è la leadership? Intanto definire la leadership è un po’ come definire il marketing: impossibile… e semplice, perché chiunque fornisce una propria definizione.
Quando chiacchiero con Giorgio mi viene sempre una gran voglia di fare ancora di più, ancora meglio. Ti starai chiedendo chi sia Giorgio… manco ne esistesse uno solo ah ah ah. Giorgio è il proprietario di un’azienda cosmetica che lavora in qualche decina di paesi nel mondo, Italia compresa. Ho avuto il piacere e l’onore di lavorare per lui e auspico che avremo occasione di collaborare ancora, in futuro.

In barba ai suoi sessant’anni “suonati”, ogni volta che chiacchieriamo di lavoro, di strategie, di obiettivi… mi sembra di essere più “vecchio” di lui, il che è tutto dire!
Soprattutto ciò che mi colpisce e insieme ci accomuna è l’entusiasmo, la voglia di mettercela sempre tutta, di non accontentarsi di essere banali, o di ottenere cose banali. Tutti e due lavoriamo per lasciare un segno in questo mondo. Per la verità lui lo ha già fatto.
Come d’abitudine mi fa piacere condividere con te alcune delle più significative storie che mi succedono in giro per l’Italia… oggi in particolare mi concentrerò su due eventi… due eventi che per l’ennesima volta ci confermano di quanto questa crisi sia certamente reale, ma anche di quanto certi commercianti ne meritino più di altri.

Anzitutto ti racconto di una cena, poche sere fa, a Desenzano. Ho anticipato l’arrivo delle persone che nei due giorni successivi avrebbero frequentato un mio corso e mi sono trascorso una bella serata in solitudine sul lago di Garda. Solitudine, di questo ti devo parlare.
Ogni volta che entro in un ristorante il cameriere che mi viene incontro mi chiede “è solo?”. Ok, niente di male. Oddio… conosco un sacco di persone che proprio non ci pensa nemmeno ad andare da sola al ristorante! In tutta franchezza come spesso mi piace condividere pranzi e cene con altri, allo stesso modo mi capita di essere proprio felice ogni tanto di rimanere da solo! Non soffro di solitudine, con me sto assai bene, ho un sacco di cose a cui pensare, insomma, anche andare a cena da solo non mi dispiace affatto, così l’altra sera scelgo il ristorante giusto ed entro.
Come promesso eccomi qui a parlarti di una componente essenziale per trasformare le parole in fatti e i fatti in risultati. Oggi ti parlerò di grinta. Riprendendo ancora una volta il concetto “questo non è un mondo per deboli!”.
Premetto che la grinta da sola rischia di somigliare più ad impulsività che a determinazione. Se parto di corsa perché sono grintoso ma non conosco i pericoli che si nascondono lungo il percorso, la grinta mi sarà servita soltanto a soccombere prima.

La grinta è un atteggiamento mentale che deve seguire alla competenza, all’esperienza, alla conoscenza. La conoscenza è nulla senza l’azione, come l’azione rischia di essere nulla senza la conoscenza. Conoscere e Agire sono le due ali dell’efficacia.
Ho deciso, questo è il mio ultimo post. Mollo tutto e me ne vado. Vado in India. Ho appena venduto le mie quote della società, è arrivato il momento di cambiare vita. Farò il monaco. L’eremita monaco. O il monaco eremita, non ho ancora deciso. Coi capelli sono già a posto (nel senso che non ne ho! Escluso quello che ogni tanto fa capolino com’era per il mitico Charlie Brown!), e la tunica non sarà certo un problema. È un po’ che ci penso… vuoi mettere? Star qui a lottare contro tasse disumane, politici che non mi rappresentano, figli che ti chiedono la paghetta, loro amici che ti danno del lei (non per rispetto bensì a ricordarti che sei ormai un matusa), camionisti che impegnano la corsia di sorpasso per chilometri, con te lì dietro come un p…. e quando riesci a superarli ZAC ecco l’autovelox che ti fotografa… e non resti nemmeno bene in foto. No, No, No, basta.

Sto impacchettando le ultime cose. Spero che la mia riserva di Nutella (tre quintali) sia sufficiente per arrivare almeno alla fine di quest’anno. Ho appena distrutto il mio cellulare. L’ho fatto sbattendolo contro la testa di un mio vecchio vicino di casa, era da tanto che volevo farlo. L’ho visto contento, mentre l’ho portato al pronto soccorso mi ha detto che si era sentito trascurato.
Sono indeciso se informare il sindaco di questa mia decisione. Se mi fanno la festa prima che io vada via, con sta storia della commozione e dei discorsi finisce che non si divertono… tanto di sicuro la organizzerà lui non appena verrà a sapere che me ne sono andato.